How Long Is Now

How Long Is Now è un progetto artistico che ha visto la sua prima rappresentazione con un’installazione immersiva e performativa nella cornice di Cubo Teatro, costruita attraverso le memorie delle opere prodotte negli ultimi anni da Cubo Teatro e dal progetto Parsec.

Un racconto visivo che si ispira alle parole che campeggiano su uno dei muri della Kunsthaus Tacheles a Berlino: HOW LONG IS NOW ovvero “quanto dura l’adesso” testimonianza dell’eterno presente teorizzato da Guy Debord nel 1978 e poi concretizzatosi nei decenni successivi alla caduta del muro (di Berlino) del 1989, conseguenza della vittoria a livello globale del modello capitalistico, celebrato sulle televisioni di tutto il mondo. La sensazione di un presente eterno deriva dall’assenza di Memoria Collettiva, base fondamentale per la costruzione partecipata di un futuro migliore.

L’installazione parte dal presupposto che i piccoli teatri, oggi chiusi, non possono svolgere il loro ruolo per la comunità: ricordare insieme, stare insieme, partecipare insieme.
I piccoli teatri vivono un (temporaneo) stato di abbandono che, oggi, va considerato come terreno indispensabile per il cambiamento di domani.
How Long Is Now smembra le opere teatrali esplodendo le scenografie, le immagini, le parole e i segni nel contesto di una platea abbandonata e in attesa di spettatori dal futuro.
Il visitatore è per una volta dall’altra parte, sul palco: attore inconsapevole di un ricordo che vuole farsi azione. Lo spettacolo però non esiste, perché non c’è la relazione attore-spettatore.
Ora esiste il visitatore temporaneo che, grazie alla mostra, ha potuto creare il suo spettacolo, scegliendo uno dei quattro podcast realizzati durante il lockdown che lo accompagnerà durante tutta la visita.

Tito.Fragments

TIto.Fragments

Tito.fragments è un concerto visivo dal vivo basato sul viaggio che l’ensamble di artisti di Cubo ha fatto attraverso l’Europa, alla ricerca delle rovine abbandonate dei nostri tempi.

Tito.fragments è un’indagine sul nostro tempo, a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, attraverso la ricerca delle recenti rovine lasciate all’umanità. Sono rappresentati gli eventi del 1989, trasmessi trionfalmente dalle televisioni di tutto il mondo, come la fine della storia, il momento in cui il compito dell’Occidente è stato portato a termine e da parziale forza del pianeta è diventata l’intera umanità.

Tito.fragments è un progetto modulare site specific e in costante evoluzione, capace di intercettare tematiche legate alla fine della storia e dei concetti legati alle rovine del nostro tempo, e di modularsi in base al racconto specifico e allo spazio di
allestimento. Lo spettacolo trasforma il luogo di rappresentazione in un muro immersivo, un muro pronto a crollare, dove vivono le proiezioni sonore e visive degli orrori e delle vicende della nostra storia recente.

Teatro Decomposto

Qualunque spazio è luogo di rappresentazione. Qualunque luogo è permeabile di una ritualità da ricostituire. Tale processo è fallimentare in partenza, ma necessario. Lo spazio di rappresentazione è dunque un tempio costituito da altari mobili, in cui il tentativo paradossale è quello di raccontare una storia che non è quella narrata, bensì quella agita in relazione costante, con gesti, movimenti, suoni da provare ogni volta, alla ricerca di un’unicità di comunione: il tentativo di ricreare un’esperienza comunitaria, rituale, e allo stesso tempo effimera e incostante.
Nel 1992   Matei Vișniec scrive il Teatro decomposto o l’uomo pattumiera, una drammaturgia composta da monologhi e dialoghi apparentemente slegati fra di loro, ma che nel loro insieme rappresentano un’umanità frammentata, fatta di solitudini, impotenze, ipocrisie, alla ricerca di un’anima individuale distante e disgregata dal resto della – inesistente – comunità. I testi del Teatro decomposto sono paradossali, adottano differenti stili e si permeano ognuno della propria unicità.
Decomporre il teatro, alla ricerca del rito frammentato in partenza, ma necessario. Lo spazio che accoglie il lavoro viene ripensato a ogni diversa rappresentazione, decomponendo e frammentando il palco e la platea: una serie di “stazioni” vengono create in diversi punti del luogo. In ogni stazione si compie un rito rappresentativo, per rendere sacro e privilegiato quel punto. Al termine della singola rappresentazione, la stazione è diventata un altare riempito dell’esperienza che lì si è esperita. Al termine dell’intero lavoro, lo spazio teatrale sarà invaso cosÏ da diversi Altari, che raccontano un rito frammentato e sincero. Lo spazio, interamente, parlerà dunque, avrà un suo senso altro che si è vissuto insieme, e che verrà distrutto per essere riaffrontato in modo diverso i giorni successivi o nelle successive rappresentazioni. Gli attori, seguendo questa linea, conoscono tutto il testo e non sanno cosa rappresenteranno quel giorno, né chi rappresenterà il singolo microdramma. In tal senso il direttore/regista è presente in sala e partecipa alla creazione in diretta del lavoro. 

Blatte

Hikikomori o ragazzi fantasma, così sono chiamati i giovani che non lavorano, non studiano finendo per rinchiudersi in casa e rifiutando qualsiasi tipo di contatto con l’esterno.
Alex era uno di loro. Ma la sua non è una famiglia tradizionale. La madre, Gwen, in seguito alla morte del primo marito, ha sposato il collega Carl, già padre di Olivia, una ragazza dell’età di Alex. Ma Alex non accetta la nuova vita. O non riesce ad accettarla? La sua scelta sarà fatale: lo porterà alla morte per inedia. Una fine assurda e imponderabile per una famiglia benestante del mondo occidentale. Com’è stato possibile? A queste e altre domande dovranno rispondere Gwen, Carl e Olivia durante una diretta televisiva in cui verranno pressati dalla voce di un’intervistatrice tanto maliziosa quanto eterea, che sembra non lasciare nulla al caso, nemmeno i silenzi.
Fra rimpianti e sensi di colpa, fra liti furibonde e confessioni glaciali seguiranno la loro parabola di negazione del dolore, si libereranno delle loro pulsioni distruttive, prepareranno il futuro cancellando il passato. Sullo sfondo, come per evocazione o apparizione, Alex vive la sua avventura eroicomica in un mondo fantastico alla scoperta di una popolazione sconosciuta: le Blatte, piccoli esseri che prosperano al di là del tempo e degli eventi nutrendosi delle macerie. Il suo percorso lo porterà a far rivivere un passato che non tornerà mai più, rivelando a tutti noi il prezzo di questa debolezza.

Tanti echi letterari da Shakespeare, Müller, Kafka, Beckett per un testo che ha in Amleto il suo specchio perfetto. Un tema, quello del divario generazionale, che la crisi economica ha reso ancora più profondo e insondabile, oscuro, fertile di istanze disumane, che trova nella rimozione la sua soluzione ideale per perpetrare i valori del benessere. Per questo la scelta di attori giovani ma di alta formazione per uno spettacolo dalla forte impronta crossmediale che ricerca un’innovazione scenica grazie anche ai disegni del graphic-novelist Alberto Ponticelli, alle tracce elettroniche di Daemon Tapes e alle produzioni video di Grey Ledder curate da Alessandro Pisani. Una squadra eterogenea di artisti guidati in sinergia creativa da Girolamo Lucania per portare a compimento una produzione che vuole fare del teatro il luogo di confronto dei diversi linguaggi del liveshow.

Theatre on call

Theatre on call

Durante il primo lockdown, in un periodo di grande incertezza per il presente e il futuro, di preoccupazione per la situazione di emergenza sanitaria, in cui siamo costretti ad allontanarci fisicamente dai nostri cari, dagli amici e dai colleghi, il teatro e il mondo performativo in genere hanno vissuto un momento di abbattimento, di annullamento.
Non esiste teatro senza spettatore, ovvero senza l’incontro fondamentale fra chi agisce e chi osserva, partecipando attivamente con la propria presenza.
Si perde così, sebbene speriamo per un periodo ancora limitato, la possibilità dello stare insieme, di partecipare a un evento collettivo, fondamento su cui si basa una società.
Le piattaforme digitali sono diventate lo strumento che rende possibile incontrare, parlare, stare insieme.

Cubo Teatro, all’interno di questo inerme, difficile momento, ha deciso di esplorare gli strumenti di socialità per realizzare delle performance create apposta per le piattaforme digitali di web conference.
Dopo l’incontro con Daniele Bartolini, regista italiano in Canada e direttore artistico della compagnia DLT (Dopo Lavoro Teatrale) con sede a Toronto, Girolamo Lucania (regista e direttore artistico di Cubo Teatro) ha decido di abbracciare e partecipare al progetto Theatre On Call della compagnia canadese realizzato in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura in Canada.
Il progetto si è sviluppato come una collaborazione internazionale, con la creazione di un
palinsesto incrociato fra performance in lingua inglese e performance in lingua italiana.

Theatre on Call è stato un progetto multimediale di performance telefoniche, durato cinque settimane, che si è posto come obiettivo il recupero e la creazione dell’azione artistica, recuperando un senso di incontro con lo spettatore, da casa. Un modo per sentirsi “vivi” e partecipi di un evento fatto di ascolto, di silenzio, di condivisione e di scambio. Un modo per sentirsi insieme.

Da questo progetto performativo sono stati prodotti dei podcast, tratti dal “Teatro Decomposto o L’Uomo Pattumiera” di  Matei Visniec e realizzati grazie l’interpretazione degli attori della compagnia di CUBO TEATRO: Jacopo Crovella, Dalila Reas, Annamaria Troisi e  Stefano Accomo.

Tito.Rovine d’Europa

TITO – Rovine D’Europa è un progetto performativo, uno spettacolo teatrale crossdisciplinare che unisce teatro, fotografia, video arte e musica contemporanea. Ispirato al Tito Andronico
di W. Shakespeare e all’adattamento Tito Fall of Rome. Un commento Shakespeariano di Heiner Muller.
Il progetto esplora il rapporto fra Padri e Figli, concentrandosi sulla relazione fra fine della Storia e nuove generazioni sullo sfondo di un’Europa in rovina, e prevede la produzione collaterale di una mostra fotografica, un ciclo di incontri tematici e un videodocumentario.

Il nucleo drammaturgico e progettuale del lavoro è costituito da Tito Andronico di
Shakespeare e a Tito Fall of Rome di Heiner Muller. A partire da qui il progetto indaga il divario generazionale fra i padri che hanno fatto la storia, e i figli che sono nati al crepuscolo della civiltà. Il progetto coinvolge giovani artisti di diverse discipline (teatro, fotografia, musica e video arte) in
un’indagine collettiva sulle tematiche della fine della storia e sulla post-modernità come
disfacimento dei valori e delle grandi istanze secolari. Oggetto dell’indagine è questo presente in cui sembra impossibile fare la storia, ma dove si è costretti a convivere con le sue rovine.
Se Shakespeare sperimentava il genere della tragedia di vendetta ripercorrendo le orme dei suoi maestri della classicità in chiave splatter, Heiner Mueller legge il dramma storico del bardo alla luce della storia d’Europa, vicina allo smembramento del muro di Berlino. Sarà infatti in seguito ai fatti del 1989 (trasmessi trionfalmente dalle televisioni di tutto il mondo) che si parlerà di fine della storia, ovvero del momento in cui il compito dell’Occidente si è compiuto e da forza parziale del pianeta si è trasformato nell’umanità tutta.

La storia degli orsi panda raccontata da un sassofonista che ha un’amichetta a Francoforte

Un sassofonista una mattina si risveglia con a fianco una donna che non conosce.

Non ricorda il suo nome, dove si sono incontrati, come sono finiti nello stesso letto insieme, e dove siano adesso. “A casa tua”, gli risponde lei.
“Chiamami Solange, Annett, Elyzabeth… Chiamami come vuoi”, gli dice.
Lui non ricorda nulla, un buco nero avvolge la sua memoria.
E quando lei sta per andarsene, lui le chiede di tornare. “Di quante notti hai bisogno per conoscermi?”. Nove. Nove notti.

I due così stringono un patto. Per nove notti si incontreranno nella stanza di lui, e poi nulla. Inizia così un viaggio lungo nove giorni e nove notti, il tempo che ci impiega un martello per cadere dal paradiso alla terra.

La storia degli orsi panda racconta della solitudine dell’Occidente, oggi dove il singolo rimane singolo, oggetto di consumo, macchina di piccoli riti solitari nel chiuso di stanze chiuse, dentro l’infinita libertà senza frontiere.
Racconta della solitudine attraverso un paradosso. Racconta della solitudine attraverso una storia d’amore: quello fra lui, artista solo, e la sua arte, che è il suo dolore, la sua solitudine, la sua morte, e la sua rinascita.
E quando, alla domanda: “qual è il tuo animale preferito?”, la risposta sarà: “gli Orsi Panda”, allora capiremo.
L’essere umano, occidentale, è come un orso panda in una gabbia all’interno dello zoo di Francoforte, lontano dalla propria origine, lontano dalla propria natura. L’uomo contemporaneo è un animale solitario. E desidera esserlo.
Perché non conosce alternative.  



Testo di Matei Visniec

Regia Collettiva Parsec Teatro


Con Giulia Luna Mazzarino e Jacopo Crovella


Regia, disegno luci e concept scenografico Girolamo Lucania

Musiche originali e sound design Ivan Bert / FiloQ


Video Art Riccardo Franco-Loiri


Traduzione di Ivano Bruno


Scene e costumi Silvia Brero


Direzione tecnica Yuri Roà

Produzione Cubo Teatro